Velluto-Storia di un ladro
Posted by admin in recensioni on 12 8th, 2008| icon3No Comments »

Silvana D’Angelo, Antonio Marinoni

Velluto

Topipittori, S.i. Euro16.00

copertina del libro
Famiglie, vi odio
André GIDE

Negli ultimi vent’anni – direi – la qualità dei libri destinati ai bambini e ai ragazzi è andata in generale aumentando. S’è confermata – direi anche – la tendenza all’articolazione e all’approfondimento di temi e stili (sia grafici che narrativi), iniziata in sordina dalla fine Cinquanta/inizio Sessanta, ed esplosa nei Settanta. Senza rifare la storia della letteratura d’infanzia e d’adolescenza, (rimando perciò ai testi di Antonio Faeti e Roberto Denti) ricorderei Leo Lionni, Bruno Munari, Pinin Carpi, e un libro che – accident’ammé! – ho sfogliato e non comprato: Le petit chaperon vert(da non confondersi col Cappuccetto verde di Munari), che trasformava la fiaba in un noir anni ’50, esplicitandone i sottintesi meravigliosi e terribili, ma sempre mantenendoli (come nelle favole) nell’area ove il contenuto diviene palese grazie alla forma (o alla metamorfosi della medesima, come nella parodia). Questo ”cappuccetto” (di cui non ricordo né l’Autore né l’Editore (“Fata Morgana”???), e non finirò mai di scusarmene) mi pare proprio, se non l’umbilico, almeno uno dei primissimi germi che consentirono agli avvertiti d’intuire l’evoluzione del ”libro per bambini e ragazzi” – e oggi ne abbiamo che trattano materie non facili (l’incesto, la droga, il razzismo, l’omosessualità), con un linguaggio appropriato e illustrazioni di alta classe. (*)
Un esempio di frutti squisiti di tale mésse, è questo Velluto: poc’anzi accennavo ai temi difficili che hanno arricchito, allargandolo, l’insieme dei discorsi che la nostra comunità ritiene che giovanissimi e giovani possano e debbano intrattenere con essa e in essa. Ne ho citati di eclatanti: ma ve ne sono alcuni, meno clamorosi e d’eguale importanza, tra cui l’elaborazione dell’io, la riflessione sull’identità. E’ un tema al quale l’editrice Topipittori pare ben sensibile (Di notte sulla strada di casa, Brutto+bello), ed è il motivo conduttore della storia che qui si racconta: che è quella del ladro Velluto – una nota al principio del libro ci fa sapere che era l’amico invisibile, inventato, del bambino al quale si dedica il testo (che potrebbe essere, assolutamente, il piccolo o giovane Lettore). Ladro abilissimo, e inarrestabile: le case anzi si sentono onorate (odorate, anzi) di farlo penetrare nei loro ambienti, né allarmi tecnologicamente avanzati o cani dall’olfatto affinatissimo lo fermano. Lo vediamo quindi agire, mentre scavalca il davanzale di una finestra, ed entra in uno stanzone in penombra. Sul quale si affacciano diverse porte, schiuse sulle camere illuminate dove vive una famigliola composta da un giovane papà architetto, un’ancor più giovane mamma ballerina, e due figli bambini – l’età non è specificata, ma il grandicello ne potrebbe avere otto, il piccino cinque o sei. La casa è splendida – gli arredi hanno una particolarità su cui ritornerò -, a giudicare dai tetti mansardati che s’intravedono dalle finestre è centro-parigina: ma la famiglia ci abita in bella semplicità, ci si veste comodi, si va scalzi sul parquet, si mangia alla casereccia. E proprio passando davanti la cucina comincia la vera avventura di Velluto, ch’esiterà alla finestra ov’è principiata: perché Velluto è una ben strana sorte di ladro – rubare, ci dice, è per lui, come per i gatti, un “bisogno dell’anima”. Dichiara subito che si fa guidare dal naso – tante volte abbiamo sentito parlare del ”fiuto” del malandrino, dell’uguale e contrario del detective – ed è così: solo che è letteralmente vero. L’olfatto di Velluto è straordinario: e ogni aroma, fragranza o fortore, sfumati o confusi tra analoghi che siano, è un dettaglio che racconta presente e passato della famiglia, ne illustra sogni e bisogni e tensioni e distensioni, allude senza svelarli ai suoi segreti, alle sue oscurità tortuose e desiderose. Si direbbe che il senso dell’odorato del Nostro assuma le proprietà sintetiche della visione cosciente, per cui ogni quantum percettuale è simultaneo, e significativo solo nel correlarsi all’insieme – laddove l’olfatto si scandisce nel tempo secondo diluizione, ed ogni unità può significare per sé stessa.
Così, man mano che Velluto procede nell’abitazione, si disegna la storia della famiglia. E adopro il verbo “disegnare” siccome è venuto il momento ch’io ricordi la peculiarità degli arredi della casa. La maggior parte degli oggetti è una citazione: di quadri e sculture di gusto raffinatissimo, di creazioni del design più quotato. Non avrei saputo, tranne un paio, identificarle: ma gli Autori, generosi, le han volute rivelare. E il bello è che la gran parte di esse in modo esplicito, e sospetto ognuna per qualche riguardo, non sono inutile sfoggio di asfissiante cultura, né virtuosismo di grafìa: hanno un preciso legame col testo, talvolta lo traducono o lo originano (cfr. il riporto dal Battesimo di Donghi) più che accompagnarlo. E un legame più generale mi pare lo abbiano tra loro, poiché rammentano o suggeriscono altre modalità percettive: vista, tatto, udito – al gusto provvedono i riferimenti testuali a pietanze e spezie.
Ogni esplorazione di Velluto termina quando accade un evento che dalla casa lo esclude: ne rimanga il Lettore curioso. Sappia invece quel che il ladro cerca, quel che gli è raro: la sua prima casa, quella dell’”infanzia perduta”, dalla quale è stato ”scacciato”, per diventare uno senza identità se non la fittizia, in maschera, del ladro. Vorrei rimarcare che questo mi sembra l’unico punto debole d’un libro condotto con uno stile letterario alto, “calviniano”, e uno grafico alla Sendak: dopo un’”avventura senza nome”, gli Autori son caduti nella più subdola delle tentazioni, quella del dicibile. Peccato veniale, magari dovuto all’ansia del “ma i Lettori, capiranno?” – angoscia che chi sa lavorare con le ”cosucce evocative” (A. Pazienza) non si pone, o non fa libri così.
Ebbene: vorrei infine – sicché il tediato Fruitore di questa rubrica lo possa evitare senza danni – far parte a chi voglia di quel che ho trovato leggendo e mirando, e in successiva quel che credo renda appropriato il libro a’ fanciulli. Prima di tutto: ogni grande libro (da 1984 al Pasticciaccio al Piccolo principe) include una teoria del (cioè una passeggiata nel) linguaggio. Azzarderei: è una teoria del linguaggio. Qui siamo al “senso prodotto sensualmente”, a quel ground che precede la parola e la sostanzia – tipico dell’età infantile, che ha più cose che nomi.
Secondo: uno dei desideri più strazianti che mi abita, è proprio quello di farmi invisibile, e visitare le vite altrui – e non è quel che si fa leggendo? E proprio per lo scopo di Velluto: rispondere alla domanda “chi è io?”, irriducibile se non attraverso la sua simmetrica “chi sono gli altri?” E non si dica che l’adolescenza, questa vecchiaia dell’infanzia, non è terra in cui si viaggia per definirsi.
Terzo: la situazione di Velluto è quella di ogni bambino non voluto. Quel bambino che, nella famiglia o al mondo, è uguale ai fratelli: peccato che i fratelli siano “più uguali” di lui. Da un lato, cerca la sua ”vera” famiglia. Dall’altro, sente che ciò che riceve non gli è dovuto – che lo ruba, dunque. Situazione terribile in sé, e ancor più siccome fa rincorrere vita natural durante un risarcimento: una parola ricca di senso che compensi l’avvertita insignificanza. Disperato è chi la cerca o, non trovandola, moltiplica le parole sciocche, purché l’una o le altre rimarginino la ferita, difendano con la propria corazza chi, mancandole, è indifeso.
Quarto: questo libro è “perturbante” – induce la coscienza d’un “qualcosa” che non riusciamo a definire. Una sensazione non d’una presenza, ma “della presenza” – come l’omino sulla porta dei gabinetti non è “un” qualcuno, bensì “qualcuno”. Tale qualcosa o qualcuno, nella sua astrattezza, è “l’altro”. L’Editore lo premette nella dedica: Velluto è stato “l’altro” di un bambino – come nella casa c’è la stanza buia, di cui non si parla. E dalla quale, vedi caso, si esce con un compagno – nella fattispecie, un gatto: animale a cui Velluto rivendica di somigliare. Infine, sulla copertina, un quadretto rifa un omaggio al Beato Angelico di Romain Antonioni: il particolare è un primo piano d’un frate, che tiene perpendicolare dinanzi alle labbra strette l’indice, solo dito diritto della mano chiusa a pugno – è il gesto di chi domanda agli altri di tacere. Titolo: Silentium.
Di ciò, di cui non si può parlare, allora si deve “sentire”.(**) La chiave all’infanzia e al linguaggio è qui, dove questi due estremi (“infans” è chi non parla) si toccano – simmetrica al quadretto, nell’ultima illustrazione si vede la lampada Parola, di Gae Aulenti e Piero Castiglioni. Dove ogni infante affronta la lotta con il suo opposto – le parole – per uscirne vincitore, cioè distrutto. Per uscirne adulto. Uno dei tanti.
Uno dei tanti che crede di essere qualcuno, perché ora ha un nome. E, naturalmente, un indirizzo.

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(*) cfr. BarbaraArdù, Il libro salvato dai ragazzini, ne Il Venerdì di Repubblica del diciannove marzo 1999, p. 105;
(**) nel senso che gli inglesi dànno a feel.

Marco Lanzòl